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venerdì 18 novembre 2011

26

Qualche giorno fa ho compiuto gli anni. Ventisei. E comincio a realizzare solo ora che sono assai lontana dai miei 20 anni ubriachi e spensierati e mi sto velocemente avvicinando ai 30. Trenta. La generazione che mi sembrava così lontana giusto dieci anni fa, quando in quel cinema di una località di mare ho visto "L'ultimo bacio" e ho pensato "chissà dove sarò io a quasi 30 anni?". 

Ecco, a quasi30anni-anzi26, non sono esattamente dovrei avrei sperato. Ho un paio di lauree e un master per decorare il muro con pergamene decorate. Ho qualche storia sbagliata dietro le spalle, una più sbagliata delle altre. Ho moltissimi conoscenti e pochi amici veri, ma mi ritengo immensamente fortunata. Ho due lavoretti molto precari, che non mi permettono di lasciare casa di mamma e papà. Ho un ex fidanzato che nella giornata del mio compleanno mi ha mandato due sms e mi ha chiamato appena uscito dall'ufficio, fermandosi in macchina nel parcheggio, hai visto mai che io scappassi. Un ex fidanzato che dice che no, non possiamo stare insieme, ma poi ricorda tutte le mie scadenze importanti e quando ho l'influenza mi scrive per sapere se sono guarita. Un ex fidanzato con cui si finisce inevitabilmente a parlare di sesso, di quanto fossimo belli noi due insieme. Un ex fidanzato che mi chiede se dall'ultima volta che abbiamo parlato sono stata a letto con qualcuno, e si rallegra per il mio no. 

Ecco, se dieci anni fa mi avessero chiesto dove sarei stata a 26 anni, non mi sarei di certo vista qui. A combattere con il mio misero stipendio, a chiedermi perché una persona può essere tanto limpida e complicata insieme, a desiderare fortissimo di essere altrove, di resettarmi il cervello. Avrei risposto che sì, mi sarei vista laureata, con un fidanzato mediamente attraente e molto intelligente, di certo non nella mia ridente cittadina natale a correre da una parte all'altra come una pazza. 

C'è qualcosa di molto ingiusto in tutto questo, è ingiusto nei miei confronti e nei confronti delle molte, troppe persone che si sono impegnate per dare il massimo. La maturità con un voto buono, la triennale nei tempi, la specialistica prestissimo, che ho fretta di finire. Due anni di master, ché questa società bisogna affrontarla con la giusta preparazione e con tutti questi titoli "tu precaria non finirai mai, sei troppo sveglia, meriti il successo". 
Decisamente, dieci anni dopo sono dalla parte opposta rispetto a dove mi sarei immaginata la sera della mia sedicesima festa di compleanno (era un sabato, compito di storia dell'arte al mattino e festa a sorpresa degli amici la sera: sì, lo ricordo perfettamente perché è stato uno dei compleanni più belli e sì, ho molta memoria per le cose inutili). Quella sera ho bevuto uno dei miei primi amari Montenegro e mi sono sentita, finalmente, "grande". Pensavo che finalmente mi avrebbero preso sul serio, che forse i miei genitori avrebbero allungato il coprifuoco, che potevo iniziare a dire/fare/pensare, perché a 16 anni non sei più come a 15, ancora troppo vicina ai 14. A 16 anni cominci a guardare ai 18, alla patente, al libretto delle giustificazioni, al diploma e all'università. A 16 anni non ci pensi che 365 giorni passano in un attimo e scorrono dieci volte senza che tu riesca ad accorgertene. 

Ma io per ora non ci voglio pensare. Voglio continuare, ancora per qualche giorno, a respirare la felicità della sera dei miei 16 anni. Il profumo nuovo, il Montenegro, gli amici, il "chissà come saremo fra dieci anni". Anche se uso lo stesso profumo di Calvin Klein da quattro anni, anche se ho bevuto migliaia di amari (e molto altro), anche se alcuni degli amici dell'epoca sono stati allontanati dalla vita (ma qualcuno, per fortuna, è rimasto vicinissimo a me). Voglio ancora sorridere, godermi i regali e la cena, pensare che ho ancora molto, moltissimo tempo per dire/fare/pensare/decidere. In fondo l'aspettativa di vita è sempre più lunga e io sono praticamente una teenager, no? 

giovedì 3 novembre 2011

Uomini assurdi volume V: la ventosa

Lo so, negli ultimi tempi sono stata lamentosa e triste. Ma per fortuna pochi giorni fa ho ripescato nella memoria un episodio per il quale le amiche ancora mi deridono. Ecco allora che torna la rubrica di successo "gli uomini assurdi della mia vita", con la quinta puntata: l'uomo ventosa.

Era l'estate del 2008, io ero una studentessa 22enne al primo anno di specialistica alle prese con l'ultimo esame della sessione estiva. Dei 4 libri da studiare non mi entrava in testa nulla, la tesina che dovevo presentare era una vera schifezza, così colsi al volo l'invito per quel sabato di luglio. Era la festa di laurea di 4 amici più grandi di me di qualche anno che adoravo, perché con loro avevo trascorso le serate più divertenti e alcoliche di quell'anno. La serata era a base di molto cibo e ancora più alcol. Io avevo un nuovo taglio di capelli ed ero magrissima (e fighissima). In più indossavo un top rosso molto scollato e avevo osato persino mettere i tacchi (perché la mia memoria prediliga certi particolari rimarrà sempre un mistero). Non ci volle molto per essere tanto ubriaca da capire ben poco. Eppure cercavo di continuare a darmi un tono. Mi ero messa a parlare con un rasta (che stranamente non mi piaceva) e con un ragazzo romano molto carino, che faceva un lavoro interessante, parlava 3 lingue e sembrava starci. Ma, chissà come, finii a chiacchierare con un bancario, noioso e vestito male. Aveva una camicia viola a maniche corte, una cravatta larga in tinta, jeans tagliati a pinocchietto e ciabatte da vecchio tedesco. Io cercavo di seminarlo andando in bagno, ma lui mi seguiva. Risultato: ci prova proprio lì, tra il lavandino e il cestino della carta. Questa è una cosa che ho sempre odiato, che dimostra che sei veramente messo male: capisco che sono ubriaca, ma seguirmi in bagno per limonarmi è davvero squallido! Purtroppo io ero davvero molto ubriaca, così non solo ci sono stata, ma mi sono fatta anche prendere dall'entusiasmo
Durante il taglio della torta, però, uno dei festeggiati si è stappato una bottiglia di spumante magnum nell'occhio, una cosa non proprio piacevole. Così, mentre si decide se portarlo o meno in ospedale (e mentre il bancario non mi si stacca più di dosso), il festeggiato accecato mi si avvicina e, ancora più sbronzo di me, sorretto dalla ragazza, mi fa: "Certo che in questi mesi ti ho visto andare con tutti, ma con me non ci hai mai voluto fare niente!". Inutile dire che volevo scomparire, soprattutto perché ho notato la furia omicida della fidanzata verso di me (anche se in realtà avrebbe dovuto apprezzare che non avevo mai osato toccare il suo uomo!). Alla fine il gruppo si divide: alcuni accompagnano il malcapitato al pronto soccorso, gli altri vanno al mare per fare il bagno di notte (quando si dice l'equità...). Io rientro nel corteo diretto all'ospedale, ma il bancario decide di restare in macchina per continuare a "farci le coccole". Non so quanto tempo sia passato, ma alla fine il festeggiato accecato viene dimesso con una benda. Andiamo tutti a casa sua e il bancario (che non abitava nella nostra città, ma era venuto solo per la festa) decide di prendere la valigia e dormire da me, perché lì c'erano già troppi ospiti. 
Fin qui va bene. Ma io, sarò naif, metto subito le cose in chiaro: se vieni a dormire da me, ma non ho nessuna intenzione di concedermi, io te lo dico da subito. Tieni le mani a posto, perché si dorme. E a lui avevo detto la stessa cosa. Arrivati a casa mia già non ne potevo più, tanto era insopportabile nel parlare e appiccicoso. Io mi piallo sul letto vestita, ormai palesemente annoiata e inacidita. Ma lui, poco acuto, non si rassegna. Infila le mani ovunque, mi alza la gonna, cerca in tutti modi, con una certa disperazione, di portarmi a letto (nel senso biblico del termine, a letto in effetti ci eravamo già). Alla fine, stremato, dice persino "tanto a te cosa cambia, devi solo toglierti i vestiti!". Certo, perché io sono una bambola gonfiabile e hai un rapporto con me mentre dormi. Io non cedo, la sbronza sta passando e lo detesto sempre di più. Mi metto a ronfare, fino a che ad un'ora indefinita suona la sveglia del suo telefono. Lui comincia ad accarezzarmi e a baciarmi, cosa che detesto. Non solo perché chi mi conosce sa che appena sveglia deve lasciarmi in pace, a malapena può dire "buongiorno", ma perché se non c'è una certa confidenza e sintonia - sesso a parte - non tollero certi gesti affettuosi. Sì, è cinismo e forse è anche un controsenso, ma sono fatta così. C'è stato solo un uomo a cui al mattino abbia permesso di parlarmi e strapazzarmi e credo che quella sia la forma più alta di amore di cui io sia capace. 
Tornando al bancario, mentre mi accarezza tenta di dirmi chissà quali parole dolci, a cui io rispondevo con uno dei miei tipici grugniti da prima mattina. Ricordo solo che mi diceva "ora vado a fare colazione, che dici, me la merito una buona colazione?". Il mio pensiero è stato: "sti cazzi, chi ti conosce, ti sei autoinvitato a dormire da me e ora rompi pure le palle?". Credo di averglielo anche detto grugnendo. Ad ogni modo lui insiste perché lo accompagni alla porta, ma io gli dico "scusa, sono stanca e ieri ho bevuto troppo, non riesco ad alzarmi". Così un perfetto sconosciuto esce da casa mia con il trolley e la coda tra le banche. 
Pensavo di essermene liberata, e invece no. Nei giorni successivi mi chiama, raccontandomi che tornato a casa dell'amico (il festeggiato accecato) nessuno gli aveva aperto, così si era messo a dormire in macchina, a luglio, col motore acceso per poter tenere l'aria condizionata e non morire liquefatto. Ammetto che per un nanosecondo mi sono sentita in colpa. 
Qualche giorno dopo incontro il festeggiato accecato e mi dice che ha una cosa per me. Era un biglietto di auguri per una laurea, di quelli pseudoscherzosi (e odiosi) con i pupazzetti. Me lo aveva comprato il bancario, devo ancora averlo da qualche parte, mi fece ridere moltissimo. E speravo fosse finita lì. Invece il sabato successivo c'era un'altra festa di laurea, a cui chissà come era riuscito a farsi invitare. E il pomeriggio mi manda un sms: "Allora ci vediamo stasera e festeggiamo insieme?". Presa dal panico chiamo coinquilina che tentava di studiare nella sua stanza e le chiedo cosa fare. Lei è tassativa: non rispondere, se è necessario spegni il telefono. Ora, a me non piace essere scortese, rispondo a tutti anche a chi non mi interessa, anche a chi è sgrammaticato e non se lo meriterebbe. Ma il bancario mi faceva persino paura. Così ho seguito il consiglio della mia amica, pensando che la sera, quando me lo sarei ritrovato faccia a faccia, avrei improvvisato. Arrivate alla festa veniamo subito travolte da un vortice di chiacchiere e bicchieri. Lo vedo da lontano, ma ancora oggi non so dire se sia stata solo una mia allucinazione. Perché lui non m'è venuto a salutare, io mi sono persa nella confusione alcolica. E intorno all'una mi è venuto a rapire un tizio che avevo iniziato a sentire da qualche giorno e che si sarebbe rivelato il più grande errore della mia vita. Ma questa è un'altra storia.

mercoledì 19 ottobre 2011

Cose da fare quando stai male

Quando sei malata, di una malattia ben definita, che però non ti mette la febbre come al 99% delle persone al mondo, e quindi non puoi usare la scusa "ho la febbre resto in pigiama a letto tutto il giorno", devi trovarti piccoli piaceri che ti donino soddisfazione.
Io mi sto impegnando tantissimo per regalarmi un briciolo di felicità. Punto di partenza è sempre lo shopping sfrenato, che mi meritavo dopo questo immenso periodo di stress. Così negli ultimi 7 giorni mi sono regalata gioia sotto forma di tre paia di pantaloni (uno estivo, ma non potevo resistere, era scontatissimo e il colore era troppo bello!), un vestitino di lana, un cappotto, un iPhone 4. Così, una di quelle cose che compri in preda ai raptus. Riesco a gestirlo abbastanza bene, ma a dire la verità sono ancora perplessa dall'app che calcola/regola il ciclo mestruale. Non sono riuscita a scaricarla, per decenza.
Tra le attività che riescono a dare soddisfazione al mio sistema immunitario ormai andato alle ortiche, c'è lo smalto. Cambiare colore delle unghie ogni tre o quattro giorni mi esalta e riuscire a stendere lo smalto in maniera decente mi fa sentire onnipotente. Questo giusto per dire quanto è piena la mia vita in questo periodo eh.
Ci sono poi le maratone di telefilm, in particolare The big bang theory, uno dei pochi che mi fa ridere da sola anche rantolante sotto una coperta in preda ai brividi. E, dulcis in fundo, i dolci. Giusto per aggravare ulteriormente il mio girovita appesantito nell'ultimo mese.
In tutti ciò il tizio sgrammaticato mi manda sms pieni di k per sapere quando ci vedremo e per dirmi che "se voglio posso farmi sentire". Coinquilina dice che continua a perdere punti, temo abbia ragione lei.
In tutto questo, oggi vado a tagliare drasticamente i capelli: magari un nuovo look mi riossigena il cervello, la salute e la vita.

p.s.: Sponsor di questo post la mia amorevole genitrice, che non solo mi propone dolcetti di ogni foggia e dimensione, ma soprattutto si diverte a spifferare a chiunque che ho "la mononucleosi, poverina". Così la gente mi guarda un po' schifata, indietreggia, e hai voglia a spiegare che se non mi limoni non rischi nulla. A tal proposito, stasera ho la festa di compleanno di una delle mie migliori amiche e nel weekend prenderemo un aereo e faremo cose folli. Chi è l'unica sfigata che non potrà non dico rimorchiare, ma a malapena reggersi in piedi, indovinate chi? Giuro che appena guarisco e non mi sento più 100 anni la smetto di lamentarmi!

domenica 16 ottobre 2011

Lei, lui e i nazisti grammaticali

Lei aveva quasi 26 anni, leggeva da quando ne aveva 4, scriveva senza errori dalla quarta elementare, era precaria. Negli ultimi 10 mesi era stata mollata dal fidanzato migliore che potesse trovare, aveva avuto una serie di storie per tamponare il dolore, aveva fatto un esame importante, aveva preso - dulcis in fundo - la mononucleosi. E chissà dove, poi, visto che l'unico con cui aveva contatti ravvicinati godeva, in apparenza, di ottima salute, e lei pensava di essere scampata al pericolo dopo i 18 anni. Lei non voleva rapporti seri, se non con il fidanzato di cui sopra, e soprattutto non voleva dare spiegazioni a nessuno sulla sua vita.
Lui di anni ne aveva 30. Aveva un lavoro vero, stabile, per cui non servivano qualifiche particolari, ma ogni mese riceveva una stipendio vero. Lui la riempiva di sms e attenzioni, l'aveva invitata a cena, tormentava una delle migliori amiche di lei per averne notizie. Lui era lanciatissimo, credeva che tra loro "ci fosse qualcosa" e glielo scriveva, nonostante il proverbiale distacco di lei. Lui diceva di non capire e lei aveva tentato di rendere chiara la cosa: ok, ceniamo insieme, beviamoci, divertiamoci. Ma non verrò a letto con te, non è sicuro che succederà qualcosa, quella serata potrebbe rimanere isolata e concludersi con un bacio sulla guancia e buonanotte. E non solo per la mononucleosi, lei lo giurava, che forse avvicinandosi ai 30 anni aveva capito che è meglio non infilarsi in situazioni pesanti. 
Lui, comunque, stava già peggiorando la sua situazione con la pesantezza e l'insistenza. Fino a che, un giorno, aveva scritto la parola propio in un sms. Proprio così. E un errore ci può stare, che con questi touch screen ogni tanto ti scappano le lettere, e lo sapeva bene lei, che non riusciva ad arrendersi all'iPhone per colpa delle sue dita tozze. Poi, però, era arrivato un altro sms. Ancora propio. E lei non sapeva mica se a quel punto poteva perdonarlo, lei che dell'italiano corretto aveva fatto una crociata, lei avida lettrice e scrittrice, lei che aveva sempre giurato a se stessa di non uscire mai - mai - con uno che sbagliasse i congiuntivi. Questo non era previsto, tutte gli imperativi morali vacillavano, questo era persino peggio dei congiuntivi, cavolo, non li leggi i giornali (no), non ascolti le telecronache delle partite, non ti accorgi dell'avvolgente suono della R?
E lei a questo punto era sempre più perplessa. Perché va bene che stare da sola a volte è pesante, che la domenica pomeriggio, con questo freddo, era abituata a stare con lui o ad accompagnarlo in stazione. Ma dare spazio ad uno sgrammaticato non sarebbe come violare il proprio codice etico? Sono dilemmi seri, soprattutto per una in preda alla mononucleosi e alla pressione bassa, che aveva abbandonato una festa a base di vino con gli amici dell'università per farsi riportare a casa, debole e stanca.  

lunedì 26 settembre 2011

Uomini assurdi volume IV: a volte ritornano

E' lunedì. Ho passato il weekend tra febbre, mal di stomaco e dolori di vario genere. Ho firmato il mio pre-contrattino. Che mi sa tanto di inculata, ma in fondo devo ringraziare questi malcapitati che hanno fiducia in me e hanno apprezzato il mio essere st(r)agista sempre pronta a fare fotocopie e portare fogli ad omaccioni incazzati. Avevo già in mente un post brillante che salutasse questa nuova settimana. Poi così, dal nulla, mi arriva uno squillo. Uno squilletto, quello che a 15 anni era così carino perché significava "ti penso", "tvb", "ti vorrei limonare". Ma che già dopo i 16 è diventato roba da sfigati. E chissà, forse è da sfigati anche per i 15enni di oggi. E lo squilletto mi permette di introdurre la rubrica "Uomini assurdi", quarta puntata. Per la comprensione della storia - e del soggetto - è importante capire i tempi.

ottobre 2007: una me quasi 22enne sotto tesi non si perdeva una serata universitaria insieme a fidate coinquiline. Inizio a puntare un tizio amico di amici, lo chiameremo Dimitri (il suo nome è ovviamente russo e assurdo, ma non è proprio questo). Una sera, chissà come, finisco a chiacchierarci, scappa un bacio e lui mi chiede il numero. Fin qua tutto bene. Qualche giorno dopo provo a farmi sentire (sbagliato, lo so, ma era una prova!), ma il suo telefono è spento. Morto. Penso che sia emigrato e mi levo il pensiero. Nel frattempo mi laureo e combino altri svariati danni. 

Natale 2007: ero a casa di cugini, avevo voglia di salutarli nonostante il mio noto odio per le feste comandate e le rimpatriate familiari. In più, particolare non irrilevante, dovevano darmi il regalo di laurea. All'improvviso mi arriva un sms. Mittente: Dimitri. Penso agli auguri di Natale, alle scuse per essere sparito, ad un invito. Invece mi chiede solo chi sono, perché ha quel numero registrato sul telefono col mio nome, ma proprio non ricorda. Decido di fare la gnorri, gli dico che non so dove ci siamo conosciuti, ma io non ho il suo numero (donna spavalda io!). All'improvviso gli torna la memoria, mi chiede se sono l'amica di tizio che ha conosciuto nel determinato locale quella precisa sera. Idiota. Quando confermo mi scrive "allora auguri di buon Natale". Non capisco, ma sopravvivo.

fine gennaio 2008: da un mesetto circa frequento un dj un po' sfigato (un soggetto che meriterebbe libri e libri di psicoanalisi). Una sera sono a prendere una birra con amici e Dimitri mi scrive chiedendomi se frequento qualcuno. Gli dico di sì e attacca una pippa del tipo "è solo colpa mia, mi sarebbe piaciuto uscire con te, ma ho sprecato un'occasione, forse poteva nascere qualcosa di importante, ma non lo saprò mai". Non ricordo cosa gli ho risposto, ma era certamente qualcosa di molto sarcastico. 

Passano anni. Vengo tradita dal dj, mi faccio altre storie, mi fidanzo per un anno e mezzo, vado in Spagna, mi sfidanzo, mi faccio altre storie, mi ri-laureo, mi rifidanzo, mi si spezza il cuore, mi faccio altre storie, finisco tutti i miei studi, oggi.

Oggi, fine settembre 2011 (avevo scritto 2006, certamente il mio inconscio vorrebbe essere più giovane...), un numero che non ho in rubrica mi fa uno squilletto. Impazzisco a pensare chi possa essere, cerco nella rubrica cartacea, magari è qualcuno che mi cerca per lavoro (se vabbè ti piacerebbe). 
Ma dopo qualche minuto mi arriva un sms: "Ciao scusa, ho trovato il tuo numero su un vecchio cell come Iris, ma non so chi sei. Io mi chiamo Dimitri, ci conosciamo?". Ho inoltrato il messaggio a coinquilina. Sta ancora ridendo. 

Ora ditemi: uno così, che senso di esistere ha? Dove sei stato negli ultimi quattro anni? Come sei messo male che recuperi numeri femminili da vecchi cellulari per provarci così a caso? Io l'ho visto l'ultima volta la sera in cui ci siamo baciati perché ha lasciato l'università e anche se abita in una città poco lontana dalla mia, non credo di averlo mai più incrociato. Ha senso tanta disperazione? Dico, iscriviti a facebook, che almeno vedi le foto e magari ti stimolano la memoria! Io ci rinuncio a capire i maschi, lo giuro.

domenica 5 giugno 2011

Di tradimenti e dintorni

Immagino esista una teoria specifica, e se non esiste me la creo io. Le sere in cui ti senti gonfia, spenta, stanca, quelle in cui "no io solo un bicchiere e torno a casa ad un orario decente", sono quelle in cui non vorresti mai rientrare nemmeno con la luce del giorno che ormai ti ferisce gli occhi con il trucco colato. E così succede che in una di queste sere, diventata molto alcolica nonostante i buoni proprositi, incontri qualcuno che non vedevi da un po', per il quale hai sempre avuto un debole, non solo dal punto professionale. E complice quei cocktail che proprio potevate evitare, parlate parlate parlate. Del lavoro, delle vostre vite, di sesso, tradimenti, pettegolezzi su conoscenti comuni. Poi lui si fa avanti, confessandoti di aver tradito la donna con cui sta da anni, quella da cui vorrebbe un figlio, perché "si sente pronto, ha quasi 30 anni ed è innamorato". E mentre con la cannuccia colorata giri il tuo ennesimo cocktail, con fare da donna vissuta gli dici che no, lei non avrebbe dovuto perdonarlo, che io non farei mai un figlio con qualcuno che m'ha tradito già una volta. Eppure lui sembra sincero, un uomo atipico, ecco, che afferma senza problemi di amare la sua donna. Un ultimo cocktail, chiacchiere con gli amici, saluti, baci, alla prossima. 


Poi il sole spunta quasi completamente, ti viene voglia di fare colazione, giri per la città che si risveglia vestita ancora come la sera prima, senza troppa voglia di infilarti nel letto, nonostante sia sveglia da ormai 23 ore. Poi il trillo del cellulare ti avvisa un sms ricevuto. Ed è lui. L'uomo irreprensibile, quello che vuole un figlio, che ama la sua donna e non la tradirebbe mai più. E guarda caso vorrebbe tanto venire a casa tua a fare colazione, ma peccato non può muoversi, e io sono troppo lontana, e il destino non ci vuole far incontrare e bla bla bla. 


Io di uomini così ne ho visti un po', con alcuni m'è piaciuto giocare, ché tanto la tua ragazza chi la conosce, non è mica amica mia. Altri li ho subìti, che sparivano per giornate intere con scuse del calibro di "ho tenuto il cellulare silenzioso tutto il giorno e mi sono addormentato come un sasso senza controllarlo". Pietosi. Ma allora, mi chiedo, è così difficile darsi completamente ad una persona? Senza sotterfugi, senza il bisogno di tradirla, senza cercare conferme altrove. Semplicemente con l'onestà di lasciarla quando si sente il bisogno di andare a letto con un'altra - perché può capitare, siamo fatti anche di istinti animali. Io non sono una di quelle che sognano l'abito bianco, il "vissero felici e contenti" o la monogamia per la vita. Mi piace conoscere gente nuova, sperimentare la compagnia di uomini diversi, anche i loro corpi, perché no? 


Ma m'è capitato di provare qualcosa di molto intenso. Non so se potesse definirsi amore, ma era qualcosa che ci si avvicinava molto. E mai ho desiderato assaggiare le labbra di un altro, sentire il suo sapore, avvicinarmici talmente tanto da riuscire ad inspirare l'odore del suo corpo. Non è onesto, non è rispettoso. 




E, soprattutto, uomini, provarci dopo aver raccontato di volere un figlio dalla donna che amate alla follia, non è sintomo di grande classe.